#2020 l’anno dell’attesa – La Playlist – LTR

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Abbracciare il cambiamento

Nel marzo 2019 Tim Ferris, uno dei miei autori non-fiction preferiti, ha intervistato Neil Gaiman, uno dei miei autori fiction preferiti.

Gaiman è l’autore di Stardust da cui è stato tratto l’omonimo film, di American Gods, di Sandman. Un pezzo grosso insomma. Scrittore di fama internazionale il cui accento britannico e il tono di voce rassicurante rapiscono e catturano quanto le sue storie.

A circa metà intervista Ferris chiede a Gaiman di raccontare le sue abitudini di scrittura, se l’autore lavori su più progetti contemporaneamente e con la domanda successiva di parlarli del “tempo della scrittura”: “Molti scrittori – dice Ferris – scrivono presto la mattina o tardi la notte”.

Gaiman risponde e descrive con una precisione temporale che lo contraddistingue arrivando ad una piccola illuminante verità: “magari lo sarò un giorno”.

Gaiman e il cambiamento

Gaiman racconta che, un tempo, teneva aperti più progetti in contemporanea, oggi non più. Quel sistema non funziona più per lui. Un tempo era bravo, e quando rimaneva “incastrato” su un progetto, c’erano gli altri li pronti a tenerlo impegnato. Oggi non ce la fa più, non sa dire il perché, pensa ancora di essere capace di farlo ma si rende conto di non essere più produttivo come un tempo.

Ed ancora, un tempo scriveva principalmente di notte e oggi scrive principalmente nel pomeriggio. Un tempo viveva in Inghilterra, fumava, beveva caffè, vizi che commenta con “which was great” e scriveva fino a notte fonda. Poi si è trasferito negli USA, ha smesso di fumare e ha sostituito il caffè con il te, e oggi scrive principalmente di pomeriggio. Un giorno forse, cambierà abitudini e si alzerà all’alba e scriverà prima che il mondo si svegli.

Poi sintetizza con un semplice, eppure brillante, verità: “the most important thing for human beings is to be aware of the change”.

“la cosa più importante per gli esseri umani è essere consapevoli del cambiamento”.

Neil Gaiman

E prosegue “il problema più grande in cui inciampiamo è (pensare) questo è chi sono, questo è come sono, così è come funziono, e al tempo stesso manchiamo di notare che le cose non stanno più così. Sono perfettamente consapevole che un giorno potrei diventare una di quelle persone che si alzano presto la mattina e scrivono […] Non posso immaginare di alzarmi la mattina e semplicemente scrivere, non è così che funziona la mia mente […] ma posso certamente immaginare che un giorno diventerò uno di quegli scrittori mattinieri”.

Abbracciare il cambiamento

Abbracciare il cambiamento ed esserne consapevoli. Sembra banale e facile, sembra sciocco non tener conto di come cambino le cose intorno a noi e noi con esse.

Gaiman centra un tema interessante, il tenere conto ed essere attenti a come noi cambiamo. Cambiamo per età, per umore, per il vissuto che piano piano si sedimenta nella nostra vita. Un libercolo intitolato “Spostati con il formaggio” tratta lo stesso tema con una semplicità infantile (è scritto nella forma di una storia per bambini) che però è preso a faro nella nebbia in campo economico.

A pensarci bene, di cambiare e adattarci è una richiesta che ci viene avanzata o addirittura imposta molte volte nella vita. Dal capo che cambia strategia lavorativa o linea di produzione. Nelle famiglie e nelle coppie quando si è in dolce attesa. Nei rapporti quando un amico trasloca o anche quando il tuo bar preferito cambia gestione.

La domanda è, siamo tanto sensibili ai nostri cambiamenti quanto lo siamo per i cambiamenti esterni?

L’attenzione al nostro cambiamento

Forse il modello di Persona (con la “p” maiuscola e quindi di essere umano), che abbiamo in testa, e che è quello di qualcuno di integro, affidabile, che sa chi è, cosa vuole, dove è e dove vuole andare smorza questa sensibilità?

Il nostro neo-bisogno di mostrare al mondo sui social network chi siamo e ci obbliga a rimanere coerenti con noi stessi, perché internet non dimentica, non mette i bastoni tra le ruote a questa attenzione che dovremmo a noi stessi?

Non mi fermo e arrivo anche a chiamare in gioco la pigrizia, l’abitudine semplice e che richiede poco sforzo nel dire: “io funziono così”, che ci salva dall’investire energie nel domandarci e rispondere “come funziono io oggi?” ci rende poco attenti a noi stessi?

Una parte di me sente che Gaiman ha ragione. Si tratta di un vero problema. Il lasciarci impantanati in un modello di pensiero che funziona per assoluti. Il pensare a se stessi come esseri già definiti, e come tali, già, finiti, ben descritti nell’idea e immagine che abbiamo di noi stessi come persone, genitori, figli, studenti, lavoratori. Dovremmo, e anzi mi metto in prima linea, dovrei, avere più attenzione a come cambiamo in prima persona, a quanto quello che mangiavamo, bevevamo, o i ritmi e i modi in cui abbiamo fatto le cose fino ad oggi non vadano più bene per noi.

Non c’è niente di male anzi è saggio, è produttivo e alla fine serve solo a farci vivere meglio.

Pensandoci bene “Io sono fatto così” sembra ora una frase tanto pericolosa quanto stupida.

Neil Gaiman — The Interview I’ve Waited 20 Years To Do | The Tim Ferriss Show

LTR

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